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La patonevrosi

PSICHE E MALATTIA - CRISI ESISTENZIALI E DIPENDENZA NEL BISOGNO

Che cosa succede nella mente di una persona che sa di essere ammalata e in quella delle persone a lei vicine? Come cambiano i rapporti e quanto la dipendenza gioca un ruolo fondamentale in ogni aspetto della sua esistenza? Il lavoro, corredato da ampi materiali e schede tecniche, destinati anche a un pubblico di addetti ai lavori, si rivolge a chiunque abbia interesse ad approfondire la conoscenza degli aspetti non solo medici dell’argomento.

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Presentazione del volume

Solo partendo dai concetti di "normale" e "patologico" e da come questi si siano evoluti nel tempo e nei diversi territori, dando conseguentemente luogo alle diverse concezioni di malattia che ancor oggi coesistono, si può affrontare il concetto di patonevrosi, termine coniato da Sandor Ferenczi nel 1904.
Che cosa succede nella mente di una persona che sa di essere ammalata e in quella delle persone a lei vicine? Come cambiano i rapporti e quanto la dipendenza gioca un ruolo fondamentale in ogni aspetto della sua esistenza?
Oggi i soli disturbi mentali in corso di malattia presi in considerazione dalla psichiatria sono quelli di maggiore entità e che preludono a gravi malattie neurologiche come la demenza. L'autore, qui, allarga questa definizione: prendendo in considerazione e descrivendo i comportamenti caratterizzati dalla dipendenza cui è necessariamente costretto chi si ammala, individua nella dimensione dell'anziano, la cui autosufficienza va inevitabilmente scemando nel tempo, l'esempio per eccellenza di patonevrosi.
Il lavoro, corredato da ampi materiali e schede tecniche, destinati anche a un pubblico di addetti ai lavori, si rivolge nel suo complesso a chiunque abbia interesse ad approfondire la conoscenza degli aspetti non solo medici dell'argomento.

APPUNTI

 IL DOLORE

non se ne può più

 chi è senza peccato scagli la prima pietra

Cos’altro ci aspetta? Un anno fa, in chat con Luca, alle 0.31 notavo: “190.000 russi al confine russo-ucraino”.

La su garbata risposta fu un pollicione.

La mia infomania doveva contenersi in quell’occasione o quel pollice nascondeva particolari non conosciuti da me, profano della geografia politica?

Fatto sta che da allora ne son successe di ogni: oltre agli indicibili danni dei bombardamenti, il mondo ha patito la crisi energetica e alimentare, poiché Russia e Ucraina fornivano petrolio e sfamavano mezzo mondo. Conseguentemente ogni paese ricco si è cimentato nella spasmodica ricerca di fonti di energia alternative. I poveri sono insorti.

Miseria, distruzione e morte fanno da sfondo a uno scenario di cui siamo diventati ormai non più che l’arredo, di una casa però non nostra, Presenti poi, come in ogni conflitto, gli odiosi crimini di guerra.

E la vita continua.

Continua coi limiti imposti dal movimento umano, pilotato o diretto ora dagli USA, ora da Israele, dalle multinazionali, a seconda della letture che si vuol dare a quest’epoca.

Un’epoca segnata dal dolore, nelle sue più comuni varianti.

Il dolore è la prima sensazione che colpisce la coscienza di ogni essere senziente su questo pianeta. O il sollievo, che non è il suo contrario ma il suo opposto consequenziale.

E quest’epoca è di suo dominio: prima la pandemia e a ruota la guerra, poi il terremoto in Turchia e in Siria, sono eventi che lo hanno declinato nel segno dell’asfissia: 45000 morti fino ad ora in Turchia ma l’OMS stima arriveranno a 400.000.

Una catastrofe. In una notte. Sono immagini insopportabili e indimenticabili. Come la morte, che trionfa in questi scenari.     

Come è possibile dimenticare le corsie di rianimazione piene per il COVID o la traslazione delle numerose bare da una RSA? Le mascherine. Tutte immagini di dolore, della sofferenza.

Il dolore che ha accompagnato la pandemia è stato polverizzato da quello imposto dalla guerra: povertà, distruzione e martirio dei corpi ritrovati, innalzano questo dolore a un livello superiore che non può lasciare indifferenti. Possiamo arrivare a considerare il dolore una tangibile manifestazione della coscienza di esistere. La perdita come evento necessario per lo sviluppo. Sì, ma perché? Non c’è un perché.

Chapeau al mirabile spirito di adattamento del genere umano, che ha saputo digerire di volta in volta, ogni sventura creando in automatico una sintesi che consentisse l’integrità psicologica e di riuscire ad andare avanti. Malgrado tutto.

Abstine substine, consideravano gli stoici a riguardo: astieniti da tutto ciò che non puoi controllare e sopporta quello che ti accade, poiché tutto ciò che succede è necessario e provvidenziale.

L’uomo riesce a parlare del dolore grazie alle religioni e le filosofie.

La malattia e i suoi effetti sono stati affrontati nella Bibbia da Giobbe.


    Giobbe, dipinto di Léon Bonnat, 1880

Giobbe rappresenta la contraddizione tra il giusto che soffre senza colpa e il malvagio che invece prospera: egli è la metafora di una ricerca della giustizia che dovrebbe colpire chi fa il male e assolvere e premiare chi fa il bene.

Un pensiero primitivo alquanto, ma che nel suo manicheismo riflette punto le premesse di ogni malattia e i presupposti per la guarigione.

Il dolore è per Giobbe il confronto con Satana.

La guarigione da una malattia, sopraggiunge - psicologicamente - quando interviene una colpa maggiore da espiare: la pandemia ha ‘prodotto’ 6.800.000 morti ma ecco che si impone la guerra Russo-Ucraina; il numero dei morti ucraini è un’informazione riservata in possesso solo del governo. E la sofferenza acquisisce un maggiore appeal per la segretezza imposta.

Non sono invece coperti da segreto i milioni di sfollati e gli altrettanti di deportati che hanno varcato tutti i confini possibili. si è riusciti ad aggregare tutti i paesi liberali del mondo nella fornitura di armi a Kiev. Bela roba.

Abbiamo perso la battaglia con Satana ma abbiamo vinto una pandemia e nella guerra ci siamo contati, noi del mondo libero.

Questo secondo il pensiero di un Ebreo un Cristiano o un Musulmano osservanti.

Le telecomunicazioni sono state cruciali in quest’epoca, poiché hanno costituito una rete virtuale (è il caso di dirlo) diffondendo in tempo reale praticamente tutto. Anche questa infodemia, come si sono affrettati a etichettare i media, è una novità: si sa tutto di tutti e i primi a farne le spese sono i politici, che non riescono a far calare un velo su quanto detto poche ore, giorni, mesi, anni prima. E tutti i nodi, si sa, vengono al pettine.

Trasmesso in diretta è, ora, il catastrofico terremoto in Siria e Turchia: la rete dei paesi che hanno promesso aiuti sono stati molti ed effettivi.

Anche Israele ha promesso aiuti. Alla Siria. Che li ha rifiutati. E non avrebbe potuto neanche accettarli, poiché gli unici due valichi di accesso alla Siria sono bloccati. Gli aiuti umanitari non trovano, così, il modo di arrivare per tempo e i più deboli soccombono.

La pandemia è stato un banco di prova in cui si è formata una rete planetaria di sostegno. In caso di calamità naturali e guerre. Che non si possono evitare ma si può intervenire in sostegno.

Il terremoto è una catastrofe immane, in cui l’unica cosa sensata da fare è fuggire; ma dove? Non c’è un controllo sui flussi migratori, figuriamoci su chi fugge da una calamità. Si suppone che gli stati di partenza siano gli stessi ma non serve: annegano più di 100 adulti e minori a pochi metri dalla riva in Calabria, a causa di un barchino troppo fragile per 250 persone e dell’assenza di mezzi di supporto per persone per cui il rischio di morte per annegamento è meglio della realtà del paese natìo. Una realtà orrenda: lasciamo perdere la fame e boko haram; guardiamo oltre i rapimenti di civili scopo riduzione in schiavitù e le infezioni di tutte le maggiori (e minori) malattie; ecco, quello che rimane deve essere ben brutto per spingere le persone a viaggi tanto costosi quanto insicuri.

Il dolore, vissuto, visto o raccontato rimane una costante, come se fosse un’esigenza dello spirito, un imperativo categorico della specie umana, una sua propria legge morale che porti alla catarsi. Putin e gli altri leader sanguinari assurgono così al ruolo di colpevoli sociali che, per espiare le loro colpe, non possono rinunciare al bagno di sangue.

 

Continuando nel mio viaggio tra espiazione e colpa, incappo in questo:

 Quando inglesi e americani si accinsero a combattere la battaglia per il controllo di New Orleans, nel 1815, ignoravano che avrebbero rischiato la vita inutilmente.

I termini dell’accordo che faceva cessare la guerra anglo-americana, scoppiata tre anni prima, erano infatti già stati concordati tra le due potenze. Infatti i contendenti decisero di aprire  negoziati di pace il 24 dicembre 1814 in Belgio.

Raggiunsero un accordo che prevedeva la restituzione dei territori occupati in Canada dagli statunitensi e l’istituzione di una commissione per definire i confini tra Stati Uniti e Canada.

Il trattato di pace doveva entrare in vigore dopo la ratifica dei rispettivi parlamentari. Ciò avvenne a Londra, mentre i primitivi sistemi di comunicazione americani resero assai più faticoso raggiungere Washington.

Fu così che la battaglia fu combattuta l’8 gennaio in tempo di pace: morirono 1500 persone tra i quali lo stesso comandante inglese Pakenham.

Il trattato venne ratificato dal senato degli Stati Uniti soltanto il 16 febbraio 1815.

 I mezzi di comunicazione non adeguati a un frangente così articolato causarono l’inutile sacrificio di 1500 uomini; come se sia necessaria la morte per generare la vita.

Sì, vabbè, la natura trabocca di circostanze simili, che sono in seguito giustificate da visioni filosofiche ad hoc in tutte le epoche, ma ’sta mania del sangue potremmo abbandonarla, per Diana!

LA CRISI

Il mondo si è ammalato e vive in questi giorni la soluzione delle sue crisi. A una a una. Con drammatica lentezza.

COVID: tutte le curve sono in discesa.

La crisi che l’umanità intera ha vissuto in questi anni ha cambiato il senso sia del progresso scientifico sia della vita di ognuno.

Il senso del tempo ha subito un rivoluzionario cambio di passo: un bel giorno, la morte ha cominciato a essere più presente, soprattutto per chi era più in là con gli anni o aveva scelto l’area sanitaria per trovare una realizzazione nella propria esistenza. Allora si è scoperto che, per motivi non noti, ci si poteva ritrovare intubati in un reparto di rianimazione dove l’unica dimensione che emergeva era che tutto potesse finire. Così. Per magìa.

Poco tempo dopo è arrivata la guerra, imprevista e crudele: non ci si aspettava che il nuovo zar, com’era visto dal mondo intero, potesse irritarsi a tal punto da invadere uno stato confinante e sovrano, forte per di più di una ricchezza incredibilmente vasta (e nota). In Europa. Che si è rivelata, in questa occasione, tanto limpida nei propositi quanto fragile nelle reazioni.

Di fatto, in un tempo relativamente breve, l’umanità ha avuto contezza del passare del tempo: la malattia, che uccide anche a distanza. O la guerra in un’area ritenuta indenne fino a poco fa.

Ogni attimo che passa è diventato prezioso. Molto.

Come in un film di Bunuel, concatenazioni casuali e impreviste sono in grado di orientare la vita in modo grottesco o paradossale.

Soprattutto gli adolescenti hanno vissuto questa accelerazione del mondo ‘dei grandi’, come un’ulteriore violenza, questa volta al senso del tempo.

La fantasia che diventa realtà è un evento che può essere elaborato in età matura, non a 15 anni quando le 2 entità sono ancora indistinte.

Qui chi ha affrontato il problema dal punto di vista letterario.

Attivo e pervasivo è stato il ruolo svolto dalle telecomunicazioni in tutto ciò.

Dalla diffusione domestica capillare dei primi PC a oggi sono passati 30 anni (sembra ieri…): da allora TUTTO è descritto ed è diffuso OVUNQUE e in tempo reale.

Nel 1992 Fukuyama preconizzò la fine della storia e, col senno di poi, potremmo dire che la diffusione capillare di device elettronici ha contribuito non poco a modificare il senso del tempo, anche individuale. In particolare, negli ultimi tre anni ci siamo abituati a osservare cosa contemporaneamente accade in ogni parte del mondo. La morte in corsia d’ospedale, per malattia o per ferite da guerra, ha così seguito questo corso.

Se devo pensare a un periodo storico in cui la morte fosse rappresentata come di questi tempi, penso al XIV sec, un secolo pestifero, con alta mortalità e clima pessimo.

 

 

La crisi, però, in consessi pacifici, è essenziale e, anzi, può essere necessaria al più spedito evolversi di quadri psicologici particolari.

Ricordiamo Paul-Claude Racamier, psichiatra e psicanalista francese del secolo scorso il cui contributo alla psichiatria fu sulla crisi, che lui, in un suo libro, definì necessaria perché in essa la persona trova la sua continuità e realtà. Momento indispensabile nel periodo dell'adolescenza, fase in cui può verificarsi anche un movimento regressivo nel processo di crescita e in cui la persona si trasforma affrontando man mano le sue responsabilità di adulto.

Ma anche la maternalità è un periodo analogo, lo stesso per cui Racamier forgerà il nuovo termine di maternalità.

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”.

 

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'.

Albert Einstein

 compatibilmente

 

 

 

 

IL GRANDE DEPRESSO

Il mondo si è ammalato e vive in questi giorni la soluzione delle sue crisi. A una a una. Con drammatica lentezza.

COVID: tutte le curve sono in discesa.

La crisi che l’umanità intera ha vissuto in questi anni ha cambiato il senso sia del progresso scientifico sia della vita di ognuno.

Il senso del tempo ha subito un rivoluzionario cambio di passo: un bel giorno, la morte ha cominciato a essere più presente, soprattutto per chi era più in là con gli anni o aveva scelto l’area sanitaria per trovare una realizzazione nella propria esistenza. Allora si è scoperto che, per motivi non noti, ci si poteva ritrovare intubati in un reparto di rianimazione dove l’unica dimensione che emergeva era che tutto potesse finire. Così. Per magìa.

Poco tempo dopo è arrivata la guerra, imprevista e crudele: non ci si aspettava che il nuovo zar, com’era visto dal mondo intero, potesse irritarsi a tal punto da invadere uno stato confinante e sovrano, forte per di più di una ricchezza incredibilmente vasta (e nota). In Europa. Che si è rivelata, in questa occasione, tanto limpida nei propositi quanto fragile nelle reazioni.

Di fatto, in un tempo relativamente breve, l’umanità ha avuto contezza del passare del tempo: la malattia, che uccide anche a distanza. O la guerra in un’area ritenuta indenne fino a poco fa.

Ogni attimo che passa è diventato prezioso. Molto.

Come in un film di Bunuel, concatenazioni casuali e impreviste sono in grado di orientare la vita in modo grottesco o paradossale.

Soprattutto gli adolescenti hanno vissuto questa accelerazione del mondo ‘dei grandi’, come un’ulteriore violenza, questa volta al senso del tempo.

La fantasia che diventa realtà è un evento che può essere elaborato in età matura, non a 15 anni quando le 2 entità sono ancora indistinte.

Qui chi ha affrontato il problema dal punto di vista letterario.

Attivo e pervasivo è stato il ruolo svolto dalle telecomunicazioni in tutto ciò.

Dalla diffusione domestica capillare dei primi PC a oggi sono passati 30 anni (sembra ieri…): da allora TUTTO è descritto ed è diffuso OVUNQUE e in tempo reale.

Nel 1992 Fukuyama preconizzò la fine della storia e, col senno di poi, potremmo dire che la diffusione capillare di device elettronici ha contribuito non poco a modificare il senso del tempo, anche individuale. In particolare, negli ultimi tre anni ci siamo abituati a osservare cosa contemporaneamente accade in ogni parte del mondo. La morte in corsia d’ospedale, per malattia o per ferite da guerra, ha così seguito questo corso.

Se devo pensare a un periodo storico in cui la morte fosse rappresentata come di questi tempi, penso al XIV sec, un secolo pestifero, con alta mortalità e clima pessimo.

The plague

LA PESTE

Bubbonica o erpetiforme, per estensione ogni epidemia non tollerata da una specie, umana o animale

La crisi, però, in consessi pacifici, è essenziale e, anzi, può essere necessaria al più spedito evolversi di quadri psicologici particolari.

Ricordiamo Paul-Claude Racamier, psichiatra e psicanalista francese del secolo scorso il cui contributo alla psichiatria fu sulla crisi, che lui, in un suo libro, definì necessaria perché in essa la persona trova la sua continuità e realtà. Momento indispensabile nel periodo dell'adolescenza, fase in cui può verificarsi anche un movimento regressivo nel processo di crescita e in cui la persona si trasforma affrontando man mano le sue responsabilità di adulto.

Ma anche la maternalità è un periodo analogo, lo stesso per cui Racamier forgerà il nuovo termine di maternalità.

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”.

 

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'.

Albert Einstein

 

 

 

 

 

La concatenazione pandemia-guerra-crisi energetica ha determinato una reazione scomposta praticamente in tutto il pianeta: dagli estremismi medio orientali alle bizzarrie cinesi ai tentativi della dissidenza russa di svincolarsi dai limiti imposti dal büro.

Anche in Italia si sono registrate reazioni scomposte reattive allo scompenso planetario: degne di nota la follia di ammettere personale cosiddetto no vax al lavoro, senza pensare alle implicazioni giuridiche in caso di epidemie intra moenia: chi pagherebbe? Sempre in campo sanitario, motivo per cui l’Europa ci ha foraggiato con un bel po’ di miliardi, si è pensato di aumentare i posti a sedere per medici e infermieri, ma non alla formazione, specifica per COVID e malattie infettive estesa a tutti gli stadi della filiera. È mancata, finora, una visione d’insieme del problema con adeguato piano d’intervento.

In compenso TUTTI hanno sfoderato l’analisi dell’epoca, invero singolare, profondendosi in considerazioni spesso ai limiti della banalità.

Ultimo, in ordine di apparizione, il report dell’OSCE sullo stato di salute degli italiani. Leggendolo, la mente mi è andata, per caduta, ai fattori ESG (Environmental Social Governance) di derivazione economica, considerati anche nella diagnosi di un disturbo psichiatrico. Come per la valutazione di un’azienda che debba funzionare e fare progetti per gli anni a venire, si tiene conto nella costruzione del caso dell’ambiente del paziente, degli stressor sociali e della progettualità a dare la Valutazione Globale del Funzionamento (VGF), l’asse 5 del DSM V. Ricordo l’ironia dell’epoca, quando si leggeva annoverato tra di essi, un trasloco o l’abbandono della fidanzata come evento stressante, cosa che presumeva di avere una casa o una fidanzata, assunti molto lontani dalla media dei nostri pazienti.

La lettura di questo report mi fa lo stesso effetto: che reazione si può avere a una disoccupazione di massa o a una pandemia i cui effetti sono trasmessi su tutti i mezzi d’informazione e con cadenze pluriquotidiane?

Last but not least, la guerra. Che reazione si può avere di fronte a una guerra, alla morte e alla distruzione incessantemente rappresentate, alla miseria e agli sfollamenti di dimensioni bibliche da essa prodotte?

Bene. Si ascrive a tutto questo la reazione depressiva del popolo italiano, da cui deriverebbe il calo delle nascite, la diminuzione dei consumi, l’aumento delle spese per welfare. Da psichiatra sarei allertato da una reazione diversa da quella descritta dal report OSCE: pur se non toccato personalmente, il solo pensiero di corsie di terapia intensiva piene di malati o di schiere di bambini che piangono per la fame è uno scenario che non mi rallegra né mi dà speranze per il futuro.

La guerra è l’evento che incide di più sulla VGF di ognuno, poiché, oltre a essere un evento depressivo in sé, ha un portato economico non irrilevante, a cominciare dalle bollette energetiche di famiglie e imprese. Estemporanei sussidi non colmano le fosse che in pochi mesi sono state scavate dagli inevitabili tagli al personale e dalle riduzioni nelle spese di casa. E in più, l’inflazione.

La Russia di Putin, per quanto sia spalleggiata da organizzazioni criminali che gestiscono anche l’estrazione di idrocarburi e che hanno già avuto un ritorno economico da questa impresa guerriera, deve portare a casa un qualsivoglia bottino da questa guerra: questo potrebbe essere uno sbocco sul mar Nero, ossia sul Mediterraneo che giustificherebbe l’operazione speciale e le ingenti perdite di uomini e mezzi.

Avrebbe potuto ottenere lo stesso con metodi ‘democratici’, ossia con la diplomazia, ma ha ceduto alla bulimia del danaro e ha preferito svegliare la Grande Orsa Russa. Ora tocca a lui rimetterla a dormire.

 

Dal XV Council on foreign relations

https://ecfr.eu/publication/crimintern_how_the_kremlin_uses_russias_criminal_networks_in_europe/

  • Negli ultimi 20 anni, il ruolo della criminalità organizzata russa in Europa è cambiato notevolmente. Oggi i criminali russi operano meno per strada e più nell'ombra: come alleati, facilitatori e fornitori di bande europee locali e reti criminali a livello continentale.

  • Lo stato russo è altamente criminalizzato e la compenetrazione del "mondo sotterraneo" criminale e del "mondo superiore" politico ha portato il regime a utilizzare di tanto in tanto i criminali come strumenti del proprio dominio.

  • I gruppi della criminalità organizzata con sede in Russia in Europa sono stati utilizzati per una varietà di scopi, tra cui come fonti di "denaro nero", per lanciare attacchi informatici, esercitare influenza politica, traffico di persone e merci e persino per compiere omicidi mirati su per conto del Cremlino.

 

Putin, o chi per lui, ha scatenato una guerra come si da un calcio a un barattolo, ma non è così che si fa. È riuscito a mettere in crisi il modello autarchico che sembrava funzionare in Iran come in Cina o in Turchia. Tutte nazioni che hanno messo in forse i loro governi: in Iran “Donna Vita Libertà” è uno slogan che partito dalla sommossa innescata dalle proteste di una minoranza, quella delle donne, si è poi estesa a tutti gli iraniani nel mondo. Le donne , pur non essendo ‘tecnicamente’ una minoranza, nei paesi islamici sono soggette all'uomo, che si comporta, pertanto, da 'maggioranza, sia nell’amministrazione politica che in quella economica.

I 400 morti (200 per Teheran) che hanno combattuto contro l'oppressore, dimostrano che non si tratta di un’azione fomentata da Israele, tant'è che hanno rilasciato una Piperno, già detenuta in un carcere speciale o dagli USA che non hanno il potere di orientare un popolo, diverso dal loro, fino all’estremo sacrificio.

In Cina le proteste per le restrizioni imposte dal miraggio zero Covid hanno dato luogo a proteste contro il sistema di Xi Jing Ping e, conseguentemente, la gestione della pandemia, cresciuta su un autarchia vaccinale che si è dimostrata perdente, nella sostanza come nella forma. È dai tempi della rivolta di piazza Tienanmen (1989) che i manifestanti non esponevano cartelli inneggianti la fine della dittatura.

La Russia oggi si trova a non avere più una classe dirigente, in quanto 400 mila sono espatriati; 200 mila (fonti russe) è al fronte in Ucraina. Manca un rinnovamento dei 20-40enni, quindi la classe dirigente. Mancano cioè i veri attori nel destino di un popolo, quelli cioè che daranno forma e contenuto nelle scelte di una nazione.

La classe dirigente di una nazione è espressione della parte culturalmente ed economicamente più influente in quel momento. La Russia di Putin, gli USA di Biden, l'Europa della von der Leyen.

Chi legge questo post è destinato a esprimere i valori in cui crede, occupando il posto di chi non c’è più, per morte violenta, fame o malattia.

Se lo farà, andrà tutto bene.



NOVAX 

Salta all’occhio lo sdegnoso rifiuto della dirigenza cinese all’offerta dell’Europa di vaccini in congruo numero e con tecnologia testata su qualche miliardo di casi: la Cina può farcela da sola perché presto produrrà vaccini in numero adeguato e con tecnologia efficiente. Come supponevo altrove, le modalità con cui uno Stato fa fronte a situazioni d’emergenza, quali una pandemia, hanno un significato che trascende l’effetto, diciamo così, bruto di salvare vite o di ripresa economica: evidentemente è una questione di immagine, il che ha una notevole importanza se la Russia piuttosto che cedere su questo fronte, si impegna in una guerra di espansione che dura da quasi un anno e la Cina ha imposto ai suoi cittadini, fino a poco fa, rigori e punizioni medievali, inseguendo la chimera dello zero COVID; e oggi rifiuta uno strumento che potrebbe attenuare l’impatto di una malattia che impegna corsie di ospedale, sale operatorie e camere mortuarie. Con personale annesso.

Si era detto che le pandemie hanno un effetto acceleratore di trasformazioni che erano già in nuce prima che producessero il cambiamento; ma così si può dire per ogni evento globale, come è stato, poi, per la guerra e le crisi energetica e alimentare che ne sono derivate.

Un cambio di passo economico è stato poi richiesto alle maggiori autarchie del pianeta, come in Cina, in Iran e in Russia, che non rinunceranno al bagno di sangue prima di accettare un cambio di regime.

Così, mentre l’Ucraina difende le conquiste fatte sui diritti umani e sul libero-scambio con paesi dell’UE e con gli USA, nel giro di poco, affiorano altre rivendicazioni in altri paesi. Istruttiva è la lettura del sito dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), dove si scopre che, oltre alle guerre di cui tutti sappiamo, esistono decine di conflitti sociali, più o meno armati, aree di conflittualità estesa (per esempio nelle Filippine, dove nel nome di una supposta lotta alla droga, si sottopone la popolazione a vere e proprie sopraffazioni, fino all’omicidio) o lotta armata inquadrata come nel Tigrè etiope contro una feroce dittatura. Eccetera.

Peraltro, negli anni 2020- 2022, sono stati messi a punto supercalcolatori in grado di processare 1000 trilioni di operazioni al secondo, sfruttando tecnologie hardware e software dedicate al tipo di applicazione cui sono dedicati.

La fusione nucleare ha trovato la sua agognata sostituzione nella fissione nucleare, nel 2022 ancora allo stato sperimentale ma finalmente annunciata: sarà possibile replicare il sole in una stanza.

Poi, sempre nel 2022, si è creato un piano, l’Inflation Reduction Act.

Dal convincente lavoro degli scienziati e dei meteorologi è nato un provvedimento firmato dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, l’Inflation Reduction Act appunto, che può contare su oltre 700 miliardi di dollari per clima e salute, dando una spinta alle energie rinnovabili.

L’impegno è quello di ridurre le emissioni inquinanti di una gigatonnellata entro il 2030. Per farlo si provvederà all’installazione di 950 milioni di pannelli solari, 120 mila turbine eoliche e 2.300 impianti di accumulo su scala di rete.

Un piano epocale dettato dall’emergenza energetica e che sana contemporaneamente quella climatica. O viceversa? Sta di fatto che i fondi stanziati fanno impallidire quelli stanziati complessivamente per la guerra Russo Ucraina e che ridisegnano le economie degli stati che aderiranno, che potranno contare su di un enhancer d’eccezione, costante e solidale: madre natura.